Friday, 31 August 2012

the calm before the storm

Growing older means I got wiser.
It means I got white hair.
It means I got an angiologist.
It also means that I should have learnt by now that the smoothest way to tell your parents something is wrong is not texting them while they're on holidays: "Hey, what's up? Btw, I need to get surgery done to a vein in the leg. Bye"

Yesterday I went for a scan of my old veins and it came out as result that I need to undergo surgery in about 2 months time. I texted my mum. She obviously freaked out so I had to call her back, yet I couldn't really tell much more than what I wrote her before.
Problem was that I couldn't concentrate on the matter at hand, pretty much as I couldn't yesterday.
It's nothing "that" serious (or so I like to tell myself: it seems I spend all my time between doctors, dentist and office recently and it's, oh well, unhealthy!).
After discussing the surgery, while the doctor was writing all the papers needed, I kept staring at him, desperately trying to find some question to ask, anything to fill the silence. But I couldn't.
I just stared at him, unsure of what to do, what to say: you see, my angiologist is the spitting image of Norman Stansfield, the corrupted and psycho agent played by Gary Oldman in Léon.
What could I have asked him? Whether he was a Mozart fan or not?

Well, I could ask it to my mum: I have to text her and tell her I'm going for the surgery in 3 weeks time, just to freak her out a little bit more...

Sunday, 26 August 2012

Cose di casa / Parte prima: andare all'Ikea

Che estate bislacca!
No, non è vero del tutto. E' sì un'estate un po' balenga: gli eventi si accavallano senza soluzione di continuità e, per la maggior parte, non si tratta di eventi così positivi. 
Fra tanto lavoro, problemi di salute, famiglia in giostra, relazioni traballanti, il senso di inquietudine è cresciuto, cresciuto, cresciuto.
Ma è una sensazione che conosco benissimo: la storia è sempre la stessa, da anni. Si ripete a frequenza irregolare, dipende molto da altri elementi della vita, dai cambiamenti che la contraddistinguono. 

Vorrei poter, se non cantare, almeno dire che casa è dove appoggio il mio cappello, ma non è così. O forse il problema è che di cappelli ne ho troppi! Non so perché, ma non riesco a sentirmi a casa troppo a lungo in nessun luogo e trovo sempre più difficile raggiungere una situazione di equilibrio.
Ma, se ho imparato qualcosa in questi anni, è che scappare non serve, bisogna invece fermarsi.

Sì, devo fermarmi: riflettere su come stanno andando le cose e come sto io, riflettere sulle relazioni che non vanno, sfoltire la rubrica. Tagliarmi i capelli, andare in ferie.
E cercare di raggiungere una sensazione di "casa" almeno da un punto di vista prettamente materiale, anche se nel cuore la parola mi suona estranea.

Fino a qualche giorno fa ho avuto problemi anche in questo campo. Uscivo dal lavoro, mi dicevo, ma non tornato a casa. Era una casa in cui dormivo. Era colpa mia in parte: avrei dovuto finire di traslocare tutte le cose dalla cantina di mia mamma tempo fa, essere meno pigra.
Però ecco, come tutti gli appartamenti in affitto che h o visto in questi ultimi anni aveva la personalità di un totano ed era stata curata come un lebbroso: a distanza di sicurezza.

Questa settimana mi sono data da fare: pulito tutta casa, riorganizzato la casa, i dischi, i DVD e i dischi.
E poi ho fatto il passo fondamentale: sono andata all'Ikea.
Ah, l'Ikea: sempre uguale a se stessa, ovunque e comunque, con le candeline profumate, il pout pourri, la libreria Billy che si piega alla sola visione di due dizionari ("non vorrai mica posare quei tomi sui miei scaffali?!? Pazza!!!"), il metro di carta che mi ricordo di aver lasciato nei jeans quando sento la lavatrice far partire la centrifuga.

Ci vado e mi sento tranquilla, in pace. Mi calmo e mi sento a casa.
Penso che a volte ci vuole poco per sentirsi a casa: le borse blu, i nomi impronunziabili.. i pelapatate con il manico colorato.

Già, i pelapatate dell'Ikea sono un'ossessione, ma non so mica come sia nata.
Ogni volta che vado all'Ikea, le possibilità di uscire da lì con un pelapatate sono alte.
Questa volta però non è successo e io mi sono sentita molto orgogliosa... ma anche sollevata, visto che nel cassetto ho contato 5 pelapatate. E considerato che io non sono una grande fan dei tuberi non sono proprio l'attrezzo da cucina che uso di più.
In compenso, ne sono uscita con tre scatole, delle candele profumate (ho passato troppo tempo in giro con Flavia), un set di mestoli, un porta-posate, dei copri cuscini, uno scolapiatti. E per finire, mentre resistevo alla tentazione e riponevo il pelapatate sullo scaffale ho aggiunto anche un set di taglieri e uno di forbici... colorati entrami! 
Non so se sia merito loro, ma mi sento già più a casa.

Thursday, 16 August 2012

come i Robinson

Se da un lato posso quasi capire il motivo per cui in Italia al "Cosby Show" abbiano cambiato nome, dall'altro non capisco perché gli abbiano pure cambiato il cognome. Perché chiamarlo "I Robinson", e non "Gli Huxtable"?
Forse perché è più facile da pronunciare? Ci ricorda l'altra famiglia Robinson? Erano una delle mie sit-com preferite, di sicuro non avrei cambiato idea per via del nome: allora per quale ragione cambiarlo?
Mah, non sono sicura del motivo, però ogni tanto mi viene da rimuginarci su: specie quando non ho nient'altro per la mente. Un po' come domenica, quando fra antidolorifici e antibiotici, avevo le capacità di raziocinio inferiori a quelle di un orsacchiotto di peluche.
D'altronde che altro fare? Non riuscivo a guardare la tv né ascoltare musica e fissare una pausa mi faceva venire la nausea.
Non che andasse tutto male. Diciamo che se proprio mi doveva venire un ascesso, il momento migliore è stato il weekend passato a Torino. Innanzi tutto perché il mio dentista è qua e sembra ci sia più vita che a Milano.
Ma soprattutto perché c'era la famiglia ad offrire supporto, carezze e coccole. Rassicura e si prende carico di una parte delle mie preoccupazioni e paure, lasciandomi un po' più rilassata. Per mia mamma, però, non credo siano le ferie ideali: mio padre prima in ospedale e ora in mutua, e poi mi ci metto pure io.

Così domenica la serata passa tranquilla e indolente, con "quel cane che baula, ma quanto baule?" come colonna sonora: trattasi di un cane lasciato solo dai suoi padroni (avete voluto un cane? E allora prendetevene cura!) e che passa il suo tempo a "baulare" appunto, abbaiare contro tutto, tutti e nessuno.

Io fisso il nulla e penso ai Robinson, o meglio agli Huxtable, e a come, in certi momenti, noi aRissogatti, ci avviciniamo quasi a quello stereotipo della tipica famiglia americana (anche se con giardino comunale e non privato, ma almeno non devo passare il weekend a tagliare l'erba).

Mia mamma  è seduta al tavolo della cucina, intenta a giocare ad Angry Birds Season, perché ormai ha finito quello normale e collezionato 3 stellette su ogni livello.

Mio padre è seduto sul divano: "Pieeeeeera, posso mangiarmi un gelato?"
Mamma: "Sì, puoi."
Io, fra me e me: "Ma che carini i miei!"
Mio padre: "Allora, me ne prendi uno dal freezer?"
Mia madre abbandona la partita a metà, si alza e raccatta un cuore di panna.
Io, sempre fra me e me: "Ah, ma lasciare la partita degli Angry Birds a metà è amore! Che dolci!"
Mio padre; "E non me lo scarti?!?!"
Mia madre: "Vuoi pure che te lo mastichi un po' prima e ti imbocchi? O ti accontenti che te lo sbergnacchi sul naso?"

Già, siamo proprio uguali ai Robinson...

Monday, 13 August 2012

la fiaba dei cigni

La fiaba dei cigni selvatici l'ho letta da bambina, una delle tante di una raccolta di fiabe che dividevo in comproprietà con Adri: erano dei piccoli libri con la copertina blu, ogni libro conteneva 4-5 fiabe.
Ogni due o tre pagine c'era un'illustrazione, in bianco nero e poi una a colori ogni dieci pagine. 
Se ci ripenso adesso, mi domando cosa frullasse in testa ai miei genitori a farmi leggere certe fiabe: il soldatino che finiva arrosto, la fiammiferaia che crepava di stenti nell'indifferenza della gente, la sirenetta che non faceva una fine migliore, la bambina con le scarpette rosse a cui il boia mozzava i piedi. Roba che nemmeno Tarantino riesce a concentrare in un film solo!

La fiaba dei cigni selvatici finiva bene, anche la protagonista rischiava di fare una brutta fine sul barbecue: invece si salva all'ultimo e riesce a riportare i suoi fratelli, trasformati dalla matrigna cattiva in cigni selvatici, alle loro forme umane, dopo aver tessuto per loro delle camicie fatte di ortiche.
Solo all'ultimo fratello non va proprio bene, perché causa mancanza di tempo, la camicia non è finita e così a lui rimane un'ala da cigno.

Questo weekend è stato un po' come nella fiaba. Da un lato c'era un limite di tempo, quello della chiusura delle Olimpiadi di Londra e, di conseguenza, dei giochi ravellenici.
Dall'altro c'era il mio maglione quasi completo: davanti e dietro finiti, una manica terminata e una appena iniziata.



In mezzo... un ascesso a un dente, anzi IL dente, causa di tutti i miei tribolamenti odontoiatrici degli ultimi anni.

Imbottita di antibiotici, anti-infiammatori e anti-dolorifici, la mia domenica si è trascinata fra una visita al pronto soccorso del Martini e un'escursione alla guardia medica dell'Oftalmico. Nel mezzo toccate e fughe alla farmacia di Piazza Massaua.
Verso mezzogiorno Adri è passata da casa dei miei con tutti i pupi appresso: Sara mi guardava un po' impaurita ("non è che scoppi ora?"), Ilaria non capiva e Davide ridacchiava. Voleva che sputassi le noccioline.
Ci fossi riuscita, ne avrei riso pure io: guarda che faccia!


Saturday, 11 August 2012

stereotipi con le ali

Una volta eravamo noi a godere di una particolare nomea quando si parlava di viaggi aerei (e non solo). E con noi intendo gli italiani.
Italiani caciaroni, confusionari, incapaci di spiaccicare due parole due in qualsiasi altra lingua se non la loro. Gli italiani che fanno l'applauso dopo l'atterraggio, non prima, perché certe applausi non si concedono sulla mera fiducia, e che non obbediscono mai alle regole e alle hostess.

Ora invece, ogni volta che prendo un aereo, i pregiudizi crollano e si sgretolano. Sarà che anche in questo oramai l'Italia è in crisi? Lo scorso lunedì ero una delle poche italiane su un volo popolato al 90% da barbari di varia natura. C'erano famiglie che assomigliavano più a squadre di calcio a cinque con genitori che non comprendevano il concetto di tenere le cinture allacciate durante il decollo e l'atterraggio. La business uòman francese che usava allegramente il cellulare dopo che le hostess le avevano ripetuto di spegnerlo per ben tre volte.
E che dire della bionda banda tedesca seduta accanto a me? Nulla, ma, a un giorno dalla conclusione delle Olimpiadi, hanno ancora una pur minima speranza che il "calcio piazzato al tavolino del sedile davanti" diventi specialità olimpica e in quel caso anche io potrò dire "sì, io c'ero".

Dopodomani sono di nuovo in volo e penso sia arrivato il tempo di investire un po' di soldi in un paio di cuffie per isolarmi dal rumore...

Tuesday, 7 August 2012

la rai colpisce ancora

"Ma le Olimpiadi vanno avanti quindi noi ci fermiamo per un breve stacco pubblicitario"

Non so se ho trascritto correttamente, parola per parola, ma credo di esserci andata paurosamente vicina. Di sicuro non ne ho tradito lo "spirito": chi ha pronunciato queste parole questa domenica è il giornalista di mamma Rai che commenta le gare di ginnastica artistica insieme a Igor Cassina.
Potrei andare a cercare il suo nome sul sito Rai, ma a che pro?!? Il pressapochismo che viene dimostrato dai giornalisti e dalla Rai è tale da non predispormi a nessun favore nei loro confronti.

In questi primi dieci giorni di gara la Rai ha dimostrato tutto ciò che non dovrebbe essere il servizio pubblico. La BBC mi mancava già tanto prima, ma ora ancora di più: il confronto è impietoso, mi domando se, oltre ai governanti, ogni popolo ha la televisione di stato che si merita. Nel qual caso, sospetto l'Italia sia un caso di reincarnazione di massa dei peggiori delinquenti degli ultimi secoli.

Per quanto sia spesso più gratificante un fanculo lanciato in direzione della te e una maledizione che vada a contrastare quella di Alex drastico di cui Bragagna è vittima, ogni tanto anche uno sfogo scritto possa fare bene. Ah Bragagna! Un insieme di battutine sessiste a volte, razziste spesso, saccenti sempre e comunque. Le atleti le classifica in base a dettami estetici e poi ogni tanto se ne esce con chicche di geopolitica. Buona cosa che nessuno in Iran sa di vivere in una monarchia islamica...

Allora, presente tutte quelle pubblicità che pullulano sulle reti pubbliche?!? Gli ippopotami che fanno la lotta, gli shuttle che partono verso il cielo, gli elicotteri che trascinano i pali dell'elettricità... E poi la scritta: "un giorno anche tu potrai dire io c'ero". C'eravamo? Davvero!?! Una copertura minima, interrotta ogni dieci minuti da pubblicità, senza contare gli stacchetti con gli sponsor ogni volta che si passa da uno sport all'altro. Ma nel caso uno si annoiasse di tutta sta pubblicità, Rai sport da repliche a tutto spiano del Giro d'Italia, del Tour de France e di partite degli anni Sessanta.

E' un peccato, perché sarebbe bello rilassarsi la sera guardando le Olimpiadi e facendo a maglia. Ma la Rai più che rilassarmi mi provoca una crisi di nervi, così metto su un disco
Stasera è il turno di James Taylor, ma fra un po' mi sa che mi sposto su George Harrison per un finale in bellezza... Poi, appena ho un secondo di tempo, mi informo e cerco di scoprire come vedere la BBC dall'Italia.

Saturday, 4 August 2012

sprint olimpico

Mia mamma ha una sveglia che fa sentire la sua presenza. E' difficile non svegliarsi quando hai qualcosa di simile alle campane di San Marco attaccate all'orecchio.
Poco ma sicuro, mia mamma si sveglia e, con lei, credo buona parte di Borgata Lesna.

Forse dovrei prendere mia mamma e la sua sveglia ad esempio. Ieri sera ho messo due sveglie sul cellulare. Stamattina sono suonate tutte e due e io le ho spente nel sonno. Credo. Anzi, no, ne sono sicura visto che  alle 7:31 ho aperto gli occhi e...
"C@@@@@@@@@$5$5$50!!!!!!!!!!!! Ho il treno alle 8!"
Non so bene come ma in 13 minuti netti mi sono fatta la doccia, lavata i denti, pettinata, vestita e via!
Alle 7:44 mi sono chiusa la porta alle spalle, borbottando e maledicendo la mia brutta abitudine di spegnere la sveglia, abbracciarla e girarmi dall'altro lato.

Salita sulla metro, pensavo che avrei potuto fare colazione in stazione, visto che tanto ormai il treno l'avrei perso. Però poi qualcosa è cambiato. Sarà lo spirito olimpico in diretta da Londra?!? No! Si tratta dei cronici ritardi di Trenitalia che, per una volta sono risultati utili! Alle 7.58 uscita dalla metro, mi sono precipitata come un Usain Bolt in gonna e trolley lungo le scale della stazione e alle 8:02 ho conquistato l'oro nella specialità botta di fortuna con la C maiuscola!

Purtroppo lo sforzo per salire sul treno l'ho pagato caro: una distrazione nelle trecce del cappello che sto facendo e stasera ho dovuto disfare una 30 buona di righe!