Monday, 30 September 2013

Caffeine apple

This morning I looked like a zombie.
My mood was as cheerful as the one of somebody who's just risen from the dead and found out her body has been rotting away.

My backpack resembled the one of a sherpa, if not in shape, in weight for sure.
I was feeling sick because of this ear infection I got yesterday and the lack of sleep.
To top it all, it also started raining.
I got to the train station with enough time to get my second shot of caffeine for the day. 
The guy at the bar served me this macchiato:

Apple in my coffee

An Apple? 
For me? Seriously?

It made me smile. 
I still looked like a zombie. 
With the passing of the hours, tonight I also feel like one. Yet I smiled once today. I'll thank the barman next time I'm at the train station.

Thursday, 26 September 2013

Tetris effect and other obsessions

It all started yesterday, after dinner.
Washing-up done, kitchen clean, mmmh should I iron perhaps?
I sat at my desk to check whether I had mail and an odd thought brushed my mind.
Out of the blue, a small voice asked me: "How about playing a game of Tetris?"

Now, anybody who ever played Tetris knows it better. There is no possible way to play a game of Tetris.
A friend of mine used to say that the sentence "how about having a beer?" is incorrect as there is no way you're going to have a single beer.
The correct sentence should read "how about having some beers?"
There! Plural form is not only correct and honest, but also do sound better.

Same goes for Tetris: you don't play a game, you play some games, normally to the point your fingers fall off your hands and the shoulders crack.

When I finally stooped playing, the clock hands were telling me "What the hell are you doing still up??!? Don't you know what time it is? Well, it's past one in the morning and it's a good thing not too many people work in your office or you'd scare them all to death with your zombie appearance tomorrow!"

So, after playing Tetris for a "little bit" more than 4 hours (let's not overkill this post with some pointless and too specific details), I took the eyes off the tetraminos but the tetraminos wouldn't take their eyes off me.

The Tetris effect hit me pretty hard and I started to see colored bricks about everywhere.
I went to sleep with the image of them falling down, I dreamt about them.
This morning I hallucinated them piling up to form my breakfast, I observed them forming the metro line route on the coach panel, I saw them on the pavement leading me to the office.
They're everywhere.

I still see them now as I type, finding their way to stack in between the keys of my keyboard and I need to refrain myself from trying to command their direction with the arrow keys.
I can either go back to play or try to finish part 2 of the mystery shawl I'm knitting.
What's wiser?
Succumb to an obsession or knock it out by substituting it with another obsession?!? 

Saturday, 14 September 2013

sorprese nella borsa

Un po' di tempo fa ho comprato una "borsa nelle borsa"; in pratica si tratta praticamente una mini-borsa, una specie di "tasca" in cui metto tutte le cose fondamentali che devo portarmi in giro: chiavi, portafoglio, occhiali da sole, burro cacao, penna e agenda, fazzoletti i di carta, biglietti del tram e così via.

È comodissima perché quando devo cambiare borsa mi basta prendere la tasca e trasferirla. Senza stare a togliere ogni cosa pezzo per pezzo.
Ce ne sono tanti modelli in giro, qualsiasi compagnia aerea ne ha in vendita una sulla rivista di bordo. E anche negozi come Muji le vendono.
Io però sono di parte e sono convinta che la mia borsa nella borsa sia più bella (ed economica, con tutto che me l'hanno spedita dalla Corea).

C'è però un fattore, un elemento importante che bisogna tenere in considerazione: l'ordine. Bisogna evitare il disordine, perché appena qualcosa va fuori posto è la fine.
Io non è che sono proprio disordinata: solo che il mio concetto di ordine si adatta a una mia visione molto personale e probabilmente farebbe impazzire la maggior parte delle persone, tutto qua.

Così succede che metto qualcosa nella mini borsa e poi finisce che magari me ne scordo e mentre tiro fuori il portafoglio per pagare la spesa: "Toh, un marcapunti/le pinzette per le sopracciglia/una pila/il rossetto/un bottone! Ecco dov'era!"

Questa settimana ho svuotato la borsa e mi è preso un colpo quando ho visto cosa c'era dentro, insieme a delle caramelle gommose, una forcina (eh?) e tre aspirine:


Sono le mie forbicine da cucito ma non solo, normalmente le tengo sulla scrivania, in un barattolo che fa da porta-uncinetti. Probabilmente le ho messe in borsa una volta che sono uscita per andare a un incontro di maglia e me le sono dimenticate lì in borsa. Mi piacciono molto perché sono belle taglienti e resistenti: le ho da qualche anno ormai e sono ancora affilate come il primo giorno.

E allora, qual è il problema? Nessuno, tranne il fatto che quelle forbicine hanno passato i controlli di sicurezza di non uno, ma due aeroporti. Gli stessi aeroporti che mi fanno storie perché non ho messo il burro cacao nel sacchetto con i liquidi. A tutta sicurezza...

Tuesday, 10 September 2013

The September Special Event

I normally don't blog about work that much. Work in this blog is normally put into a corner (vacated by Baby on purpose), a quick note about how busy and stressed it keeps me.
Or maybe it's about people I met at work and later become my friends. Or some funny story that happened in the office.

Most of the time it's the reason why I travel and then post about the place I visited.

That's about it. Work takes over so many hours of my life, why granting it space on the blog as well?
With the years, I acquired this skills that allows me to automatically divide the 2 things pretty well: work on one side, blog on the other.
Gaining the same level of separation between work and private life so far has reached less than striking and positive results but still, I improved quite a lot though!

So that's why when some people today mailed me today, asking me about the Special Event in Cupertino, I was about to send a reply: "What, I didn't know you knit! Yeah! New Brooklyn Tweed collection of pattern comes out today, so excited about it! Do you think it's out already?"
Then I realized that the person teasing me about the special event was an Italian straight man and, given the extremely progressive state of Italian society, you can simply imagine its reaction at me linking him to a "feminine craft", god forbid! So I just acted dumb -it comes quite natural to me- and avoided answering his question.

I waited a little bit and finally the time arrived. BT 13 is out! I couldn't share my joy with my geeky friend above, but I'm sure there are other people that understands it anyhow.
My never-ending Ravelry queue is going to expand pretty soon as some of the pattern there are truly amazing, like this one, that I'll probably knit as a big scarf rather than a wrap.

© Brooklyn Tweed/Jared Flood 
But now, sorry, it's almost 19:00, 10 o'clock Cupertino time and it's time to pay attention to another event...

Monday, 9 September 2013

esercizi di stile

Sabato ho acceso la TV mentre mi preparavo il pranzo.
Per mia somma sfortuna, nessuna replica di “Law & Order” e nessuna traccia della "Signora in Giallo”. Uffa.

Arrivata al momento di grattugiare le carote, con lo zapping ero finita su Real Time. Ora, io di mio sapevo che avrei dovuto cambiare canale, ma ormai era troppo tardi. L’ultima volta che ho grattugiato le carote e ho perso la concentrazione per un solo millesimo di secondo, ho finito pure per grattugiare metà dell’indice destro. quindi nessuna distrazione, massima concentrazione e resistenza a tutto ciò che la TV ha da propormi.

In questo modo ho scoperto l’ennesimo, atroce, incredibile pseudo-reality, “Mia figlia è una cheer-leader”. Il titolo racconta tutta la trasmissione: mamme schizofreniche seguono passo passo la carriera sportiva da cheerleader delle figlie, età compresa fra gli 8 e gli 11 anni. Età anagrafica per le figlie, mentale per le mamme.

Se per un nanosecondo ho pensato, e forse pure sperato, che quello fosse il peggio che quel canale potesse offrirmi, è arrivata la pubblicità a riportarmi alla realtà: ho avuto la conferma di un programma di cui avevo letto su internet, ma a cui continuavo a rifiutarne l’esistenza.
La versione di “Guardaroba perfetto” per bambine e teenager.

Quella Rottelmeier tinta della Paola entra nelle case italiane e aiuta tutte queste povere e disperate mamme italiche, che non sanno proprio come vestire le loro figlie.

Grazie a Paola avranno un guardaroba con un abito adatto per ogni tipo di occasione, suppongo anche in relazione alla loro classe sociale e posizione nella società.

Magari suono un po’ sarcastica. Devo ammettere che la mia prima reazione è stata leggermente diversa, più compassata ecco: “Ma siete completamente cretini?!? Vi siete fatti i gargarismi al cervello col Viakal?!”
Quali occasioni può avere una bambina di dieci anni da necessitare un abito apposito? Una soiree alla Scala, che purtroppo le coincide con la cresima della cugina? Davvero a 12 anni devi passare del tempo davanti al tuo armadio per scegliere come vestirti per andare a buttare la monnezza?
Poi scusate, mamme: ma l'avete vista questa come va in giro vestita??? Siete cecate o irresponsabili?

Poi c’è anche lo scoramento. Ah già. Sei una bambina. Gene XX, è quella doppia x a fregarti, lo sai vero? Ammesso (e non concesso) che tu da grande non cada in una relazione abusiva e non sia uccisa dal tuo compagno, devi imparare ad occupare il tuo posto nella società: quello della bella statuina, che impiega il suo tempo e le sue poche energie mentali a scegliere quali scarpe abbinare al vestito.
Devi imparare sin da bambina che ciò che conta non è quello che vuoi fare, essere e diventare.
Quello che conta è saper abbinare i colori, sorridere e stare zitta.

Devi imparare sin da bambina che il tuo valore non è correlato alle tue capacità e a ciò che tu puoi dare alla società, bensì al tuo look, alle tue misure e al tuo taglio di capelli.
Più che aspirare alle stelle di Margherita, plastificati in una Barbie.

Penso alle mie nipoti e mi preoccupo: cresceranno con la massima aspirazione di sposare un calciatore? Penseranno che il loro valore dipende solo da come appaiono dal di fuori?
Ma mi preoccupo anche per Davide: anche lui è destinato a crescere in una società dove le sue sorelle sono considerate così? E come tratterà e si comporterà con le sorelle degli altri?

Ma alla fine di tutto penso alle mamme cheerleader e a quelle che non si fanno problemi ad apparire in TV per rimestare il guardaroba delle figlie. E' lì che parte il problema?
Ho riguardato lo spot ed è solo dopo che l'ho rivisto che mi è venuta in mente un'altra cosa: saranno tutte ragazze madri? Non c'è l'ombra di un padre nello spot che pubblicizza la trasmissione! Dove sono i papà???
Non le vestono le loro bambine al mattino per portarle a scuola? Non si interessano a loro perché sono già al lavoro a quell'ora del mattino o perché sono inutili? E chi è ad essere inutile? Le figlie o i padri?

Le possibili risposte che mi sono venute in mente per giustificare l'inutilità dei padri in queste famiglie finora sono tre: prima possibilità è che hanno fatto un casting mirato a famiglie in cui i genitori si spartiscono i compiti sulla base del sesso dell'erede, quindi i padri non servono a questa trasmissione.
Seconda possibilità è che per i figli maschi non sia così importante come si vestono, quindi che se ne vadano pure in giro coperti da un sacco di iuta, l'importante è che sappiano tirare calci a una palla e saper fingere bene quando si cade.
Terza e ultima possibilità è che Real Time abbia già nel cassetto un'altro programma, questa volta condotto dall’amico di Paola, il wedding planner con pantaloni da acqua in casa: "L'eleganza del maschietto" o giù di lì.

Sai com'è, Virginia, in questo paese ci sono già così pochi pregiudizi e le discriminazioni sessiste scarseggiano pure, che qualcuno ci dovrà pur mettere una toppa: ma tu non sforzare troppo il cervello, ché il gentil sesso non sopporta le fatiche troppo intense.
Non pensare. Nuoce gravemente alla saluta, quasi più di passarsi un dito sulla grattugia.

Saturday, 7 September 2013

Giallo da Oscar

Ieri ho letto una notizia che mi ha messo di buonumore e i cui effetti si stanno protraendo nel tempo. Si tratta degli Oscar alla carriera: fra i premiati della prossima edizione c'è pure Angela Lansbury.

Mettiamo subito in chiaro una cosa: dire che adoro Angela Lansbury è un tipico understatement  sabaudo. Per me lei è unica, fantastica e super, in più è praticamente una di famiglia.
Insomma, come qualunque persona che, dagli anni Ottanta in poi, abbia visto anche solo dieci minuti di televisione, io sono cresciuta con Angela Lansbury. Anzi con la signora in giallo,  J.B, Fletcher, professoressa di lettere, scrittrice dalle nefaste capacità di capitare in un posto tranquillo e far spuntare omicidi come funghi.

Quando ridanno un episodio de "La signora in giallo", vale a dire sempre, la mia reazione è "ma come, la trasmettono di nuovo?".
Normalmente questa parole le pronuncio a voce bassa, mentre mi accomodo sul divano e interrompo tutto quello che stavo facendo in precedenza. Non dico quante volte, ma il numero di volte che sono arrivata in ritardo oppure ho dovuto correre per non perdere un treno perché volevo vedere la fine di una puntata della signora Fletcher è preoccupantemente alto. Sfiora il livello patologico.

Ma non solo, visto che Angela nella mia memoria è anche la bambinaia spia de "Il mistero della signora scomparsa", l'allieva del corso di stregoneria per corrispondenza di "Pomi d'ottone e manici di scopa", la regina Anna ne "I tre moschettieri" e chi più ne ha più ne metta.
Ora mi sembra una cosa normale, ma io ancora me lo ricordo lo shock che ho provato quando ho capito che la regina Anna e Jessica Beatrice Fletcher erano la stessa persona!

Oggi non sono stata molto a casa e l'unica cosa che mi spiace è che non sono riuscita a trovare nessun canale che trasmettesse una replica della "Signora in Giallo". Ma c'è sempre domani per tutto ciò.

Thursday, 5 September 2013

Kimchi amarcord

Una decina di giorni fa mi sono trovata reduce da un paio di giorni e situazioni spiacevoli e deludenti.

Ci sono molti modi per reagire a tutto ciò: modi negativi, come ricadere in comportamenti autolesionisti.
Fatto.
Un altro modo è trasformare una brutta cosa in un'occasione per fare qualcosa o migliorare.
Fatto pure questo.

Così, dopo una settimana passata in bilico fra sensi di colpa e binge, domenica scorsa mi sono trovata seduta sul pavimento del soggiorno: lo stomaco un crampo unico, la pelle sembra esplodere, un tornado di sensazioni fisiche che avevo praticamente scordato.

Mi guardo intorno e penso che la mia casa mi rispecchi: anche lei è pesante e appesantita. Troppa roba inutile, troppe cianfrusaglie e ciapa puer. Mi sembra sia un unico immenso muro, uno di quei brutti muri di periferia, non con un graffito di Bansky, ma con qualche scarabocchio di un graffittaro sgrammaticato. Che tristezza.
Dev'essere stata l'immagine del tamarro di periferia, scommetto pure irrispettoso dei congiuntivi, che mi scrive in casa a farmi reagire. Ah no! Non scherziamo! Accetto tutto io, sopporto tutti quanti io, ma i congiuntivi non si toccano!!!
E così scatto in piedi, figurativamente parlando, si intende. Già non sono propriamente ginnica, domenica scorsa poi... comunque, scatto in piedi e in men che non si dica mi trovo con un enorme sacco per la spazzatura in mano.

Servizi di tazzine, magliette, borsette, foto, cd, appunti, cartoline, post-it: prima del tutto vuoto, il sacco pian piano inizia a riempirsi ed assume la forma delle mie delusioni. Piuttosto sgraziate, le mie delusioni.

Ma in mezzo a tutto questo ciarpame, ho ritrovato cose che avevo scordato e che mi hanno fatto sentire meglio.
Come le foto di un barbecue a casa di Robert a Waterloo e un sacchetto di lavanda di Mayfield; una cartolina che mi aveva spedito Gill. "L'arte della guerra" di Sun Zi in mezzo alle buste paga inglesi, ecco dov'era finito il maestro Sun! Ma meglio non sprecare troppo tempo a domandarsi come, quando e perché il libro sia finito lì.
Il box-set dei successi di Wang Fei... E pure il box-set di "Lovers in Paris"!!! Me l'avevano recuperato a Shanghai Miky e Corra, dopo che io gli avevo fatto una proverbiale capa tanta su questa fantomatica soap opera coreana.

Era iniziato tutto a Düsseldorf: mammaMoto mi ci aveva spedito in trasferta per un mese intero, senza rientri nei weekend. Nulla di cui lamentarsi sul serio. Lavoravo in settimana e nel weekend prendevo un treno a caso: Bonn, Colonia, poi più lontano, fino a Francoforte. Non era male. La sera dopo cena me ne andavo in giro per la città oppure stavo in camera a leggere o guardare la televisione: tv negli alberghi non è mai il massimo, ma io non ne guardo comunque molta già normalmente, quindi non è esattamente un problema.

In quelle sere guardavo la CNN e mi domandavo come fosse possibile che a New Orleans stesse succedendo quello che vedevo e nessuno facesse nulla. Per riprendermi, finiva che facevo zapping (saltando doverosamente Rai International) ed è così che in uno di questi girotondi fra i canali sono finita su CCTV-non-mi-ricordo-più-che-numero. Trasmettevano questa soap opera coreana con sottotitoli in cinese. Beh, è un'ottima occasione per mantenersi in allenamento con la lettura, mi sono detta.

Non so esattamente dopo quanto tempo leggere i sottotitoli fosse diventato una semplice scusa per poter vedere "Lovers in Paris". Poco tempo, sospetto.
Il fatto è che un dramma coreano è così assolutamente e completamente diverso da un suo corrispettivo americano o italiano da risultare non solo incredibile e divertente, ma pure affascinante. Ai tempi, è stata proprio quella differenza, il contrasto rispetto a tutto ciò che avevo visto fino ad allora a renderlo speciale, a farmelo sembrare surreale e al tempo stesso unico.
Non avevo nessun problema ad ammettere che mi piaceva, per quanto strano fosse e per quanto così diverso dai programmi che mi piacciono di solito: anzi, mi sembrava impossibile non parlarne ed è stata una bella sorpresa scoprire che non ero la sola ospite dell'hotel ad esserne affascinata. Avevo conosciuto Phil, un ragazzo canadese in trasferta e anche lui era diventato un devoto fan della soap-opera; e da questo si capisce il potere della trasmissione, perché Phil non parlava una parola di cinese e men che meno lo sapeva leggere.

In quei pochi giorni ho imparato alcune delle alcune regole fondamentali del k-drama; ad esempio l'ampio uso di pedane rotanti per girare scene di baci: bocca appoggiata, occhi della protagonista spalancati a pesce, il ragazzo di solito alto venti cm più della ragazza così da doversi abbassare per baciarla e mantenere una certa distanza di sicurezza, e niente lingua, schersuma nen!; poi ci sono le ubriacature a turno a base di soju: perché ci vuole che uno dei due riporti a casa l'altro, alcolismo responsabile! e l'abitudine piuttosto compulsiva del protagonista e del suo antagonista a prendere la protagonista per un braccio e strattonarla a destra e a manca manco fosse un sacco di patate.

"Lovers in Paris" era diventata una droga, tanto che, quando ho lasciato Düsseldorf, la serie era a metà e io sono entrata in piena crisi di astinenza una volta a Torino. Ecco perché ho chiesto a Miky di recuperare la serie in DVD: credo che me l'abbia comprata per pura disperazione, e per paura che avrei continuato a ricordarle del k-drama ogni sacrosanto giorno.
Il cofanetto mi ha fedelmente seguito nei vari traslochi, ma negli ultimi mesi me ne ero completamente scordata. Era finito nella fila posteriore  di DVD e CD, nascosto fra Woody Allen e Mel Brooks.

L'ho spolverato per bene, l'ho guardato per un po', persa nei ricordi di quell'estate:



E poi l'ho guardato ancora un po'.
Sono alla terza puntata. Stay tuned... 

Wednesday, 4 September 2013

gatti e ninja


- Per favore. Come ti chiami? - domandò al gatto. - Senti, io mi chiamo Coraline. Okay?
Il gatto sbadigliò lentamente e con attenzione, rivelando una bocca e una lingua di un rosa sorprendente. - I gatti non hanno nome - disse.

- No?

- No - disse il gatto. - Voi persone avete il nome. E questo perché non sapete chi siete. Noi sappiamo chi siamo, perciò il nome non ci serve.
(Coraline - Neil Gaiman)


Il gatto rosso di Barbara non è di Barbara. E' del vicino di Barbara.
Ma il gatto rosso del vicino di Barbara non è del vicino di Barbara, perché un gatto non appartiene mai a un bipede.
Il bipede può appartenere al gatto, casomai.

Premesso questo, al gatto rosso piace molto passare a fare un saluto a Barbara se trova la porta aperta, cosa abbastanza probabile in estate.
E' un gran chiacchierone, gli piace far sentire la sua, specie se riesce a fiutare odore di cibo. Ama essere coccolato ma solo se è lui a prendere l'iniziativa: manteniamo le distanze, suvvia.

Il gatto rosso non credo sia davvero rosso, si tratta di un travestimento. Secondo me è nero come un ninja: passa da una stanza, lieve e silenzioso all'altra senza fare alcun rumore.
Lo vedi sdraiato sul letto e cinque minuti dopo torni in camera e non c'è più. Passa un'altra mezzora ed eccolo che rispunta dalla porta principale come se nulla fosse.

Oggi ho lavorato da casa, perché dovevo fare un'infiltrazione al ginocchio giusto all'ora di pranzo e, fra andare e tornare dall'ufficio, ci avrei messo una vita. La porta del soggiorno era aperta: non passa un mare di luce, ma i suoni della via entrano abbastanza prepotenti. Macchine, campanelli di bici, bimbi che piangono, altri che ridono, ambulanze e clacson.
Ho ripensato al gatto ninja, penso sia stato carino da parte sua adottare Barbara; anche a me piacerebbe essere di nuovo adottata da un gatto, ma qui intorno non ne ho ancora visti, quindi mi accontento del surrogato in acrilico: curioso come un gatto vero, più silenzioso di un ninja.


Monday, 2 September 2013

Note

Sabato pomeriggio mi vedo con delle amiche. Appuntamento al "Luna's torta", che già solo per il fatto di chiamarsi così, mi fa sentire molto più trendy e anche un cicinin più intelligente: saranno tutti i libri intorno, la musica non troppo invasiva, il tè allo zenzero, ma tutto complotta a nostro favore, così il pomeriggio scorre via veloce fra una chiacchiera e l'altra.

Dalla radio giungono note familiari.
O meglio io so che sono familiari ma non so bene il perché, non riesco a identificarle. Solo qualche anno fa avrei interrotto del tutto la conversazione e costretto tutte quante a prestare attenzione alla canzone fino ad identificare titolo e cantante. E avrei bloccato qualsiasi tentativo di riprendere la conversazione fino alla risoluzione dell'arcano.
Non sarei riuscita a funzionare altrimenti. In realtà è ancora così, il mio cervello va in corto quando non ottiene risposte a certe domande.
Ma sabato mi è bastato tirare il cellulare fuori dalla borsa e far partire shazam, discretamente, senza dare troppo nell'occhio: tempo cinque secondi ed ecco la risposta che arriva veloce e precisa.
Così ho messo via il cellulare felice e contenta e e sono potuta tornare a quella sana opera di taglio e cucito socio-semantico nota ai profani come spetteguless.

Le riflessioni musicali le ho tenute per dopo. Solo ieri mattina mi sono chiesta come ho fatto a scordarmi di Chris Isaak e di "Somebody's crying". Il cd deve avercelo ancora Adri, mi pare l'avesse comprato lei.
Che strano che l'avessi scordata, perché era la mia canzone preferita dell'album. La voce di Chris ha un ritmo ipnotico e mi ricordo che questa canzone aveva il potere di risollevarmi l'umore. Eppure non ha un testo propriamente allegro. O forse proprio perché il testo è malinconico: a 17 anni mi rispecchiavo in quelle parole, mi sentivo compresa, e non era una sensazione molto comune per me ai tempi.

Sul treno stamattina, guardavo l'autostrada a lato, le nuvole basse e mi veniva da sorridere. Il mio vicino ci trovava meno da ridere: credo che il mio canticchiare lo abbia disturbato molto.

Sunday, 1 September 2013

spoilers for the new season

The streets are quiet outside.
It's not too warm, nor too cold.

There's always something somehow sad and melancholic about leaving August behind.

On the other hand there's a poorly hidden sense of anticipation and happiness at the idea of autumn about to start.



Autumn to me is the beginning of all things. Maybe because all the things that are important to me seems to start in September: school and holidays, the moment I started wearing glasses and the moment I stopped wearing glasses.
Summer never holds that much in store for me and this year it proved quite dull.

I'm really looking forward this autumn because it's my first real autumn in Milan. Last year doesn't really count: between dad's and my own surgeries, work and cultural return shock, I barely had time for anything or for myself.
This year, though, I want it to be different.

I want to leave bad things and mean people behind.
I want to cherish those who truly matter.

I want to learn new things, I want to laugh, I want to cry.

I want to be moody and let other people be moody.
I want to spoil my nephews and be spoiled by my mum.

I want to keep in touch with people and to send people to hell.
I want to read, to write, to knit and to cycle.

I want to sleep until late and stay up all night.

It's quite an intense schedule for one season only, but let's make the best of it.

Di nuovo?

Oggi ho visto questo cartellone...


E subito ho pensato: sta a vedere che finalmente hanno deciso di restituire tutte quelle braccia rubate all'agricoltura...