Monday, 24 March 2014

Il caffè del sabato sera

Non sono una grande fan di Starbucks, ma gli riconosco alcuni meriti: il wi-fi gratuito e la possibilità di passarci delle ore senza che nessuno venga a chiederti nulla, a meno di non essere prossimi all'orario di chiusura.

Qualche tempo avevo visto delle foto di alcune tazze usa-e-getta di Starbucks con delle frasi scritte sopra; faceva parte di "The way I see it", una serie di frasi e pensieri di scrittori, filosofi e persone famose.

La frase in questione é dello scrittore statunitense Augusten Burroughs:
"I used to feel so alone in the city. All those gazillions of people and then me, on the outside. Because how do you meet a new person? I was very stunned by this for many years. And then I realized, you just say, "Hi." They may ignore you. Or you may marry them. And that possibility is worth that one word.

La mia prima reazione era venata di una buona dose di cinismo: "Augusten, tu non hai mai potuto ammirare il terrore e l'indecisione dovuta a un comportamento così fuori dall'ordinario per un londinese, come dirgli ciao e scambiare quattro parole con lui. Non hai mai potuto osservarlo alla ricerca di una via di fuga quando sorridi senza motivo: sarà mica una psicopatica, questa qua?"

Poi però mi sono venire in mente tutte quelle volte che ho scambiato quattro chiacchiere con qualcuno in stazione quando la Southwest Trains cancellava un treno, al pub o al mercato. E agli sguardi d'intesa per qualcosa di divertente che stava capitando sul vagone della metro. E al cantare "Redemption Song" con il mendicante stonato di Stockwell.

E allora il dubbio mi è sorto: o io e Augusten partivamo da due concetti un po' diversi di "incontrare nuove persone" o io finivo con un terzo risultato non contemplato dalla sua frase.

Io le persone le incontro, ma alla fine è una sensazione di mitigata solitudine che non si protrae nel tempo, ma che dura solo per pochi attimi dopo che l'incontro è avvenuto. Se non abbia incluso questa terza opzione per motivi letterari o perché non gli è successo mai, questo non lo so.

La frase mi è tornata in mente sabato: incasinata per la partenza, stavo cercando di finire tutte le commissioni, fare la valigia e allo stesso tempo non perdermi nelle troppe seghe mentali che ti porta un sabato noioso e piovoso come quello appena passato.

E all'improvviso ecco che succede l'imprevedibile: inizio a parlare con un ragazzo che lavora in un negozio, facciamo due chiacchiere mentre aspettiamo che la macchinetta del bancomat faccia il suo dovere e quando me ne vado mi saluta sorridente e mi stringe la mano. Ce n'è abbastanza per sconvolgere l'equilibrio del mondo meneghino così come lo conosco. Era un sorriso onesto, fatto senza alcun motivo secondario. Un sorriso e basta.

Poi sulla via del ritorno verso casa non mi accorgo di nulla perché sono presa a scambiare messaggi, e mi viene da ridere a certe battute lanciate qua è la nelle chat comuni.

Prima di rientrare a casa devo passare al bancomat, perché altrimenti il taxista per Linate il mattino dopo come lo pago? E la serie di curiosi eventi continua. Davanti al bancomat c'è un ragazzo al telefono. Il bancomat gli ha mangiato la tessera. Sta cercando di capire che fare con il servizio clienti. Fra un "no, non mi metta in attesa un'altra volta" e un "ok, mi dia il numero da chiamare" scambiamo quattro battute fra noi. Cerchiamo di capire se possiamo fare qualcosa, "ma se provassimo a fare ctrl+alt+canc?"
I tasti ci sono sulla tastiera del bancomat ma non funzionano, "e allora che diavolo li hanno messi a fare?". La domanda rimane senza risposta al momento attuale.

Pulsanti on/off non ce ne sono, ogni tanto il bancomat emette dei rantoli che noi all'inizio interpretiamo come deboli segni di vita, ma la speranza muore presto. Io lo saluto e gli auguro buona fortuna, lui fa altrettanto.

Mi avvio al bancomat successivo con il timore che pure quello mangi le tessere. Sabato sera, mi preparo un caffè e ripenso alla mia giornata: mi sentivo meno sola del solito, sapevo anche che era una sensazione temporanea e non del tutto vera, ma ero pure cosciente di avere deciso di ignorare questa porzione di verità. 
Forse era questa sensazione che descriveva Burroughs, solo che lui è in grado di descriverla con parole migliori. Però io il caffè lo faccio molto più buono di quello delle sue tazze usa-e-getta.

Thursday, 20 March 2014

CancellettoFelice

Non è passato nemmeno un mese, dall'ultimo post al riguardo ed ecco che ne devo riparlare.
Di cosa? Ma della felicità, di che altro?
A quanto pare oggi è la giornata mondiale della felicità.
E' stata indetta da quei furgoni dell'ONU, chi altri sennò?
Si vede che c'è gente che non ha davvero nulla da fare fra un colloquio di pace e un altro.

Ma io mi chiedo e chiedo a tutti: Ma che male mi/vi faccio a non essere felice?
Non è poi che stiamo parlando di vera felicità (ammesso e non concesso che qualcuno sappia cos'è), quanto piuttosto di una serie di misure standard per andare a spuntare delle caselline.
Tante belle parole, fantastiche aspirazioni, ottimo materiale da tag per promuovere bevande e canzoni su twitter, ma poi, concretamente cosa cambia?

Sono più felice alla fine della giornata? Sei più felice alla fine della giornata? Qualcuno dell'ONU magari l'avrà pure chiesto agli emigrati sui barconi, alle ragazzine che lavorano nelle fabbriche del Bangladesh o ai rifugiati siriani, chissà.
E se non sei felice, beh allora ti basta prendere qualche pasticca, oppure fingere.
Non sono diventata più cinica con l'età: lo sono sempre stata. L'età mi ha solo liberato da quella paura di non essere accettata dagli altri se metto un piede fuori dalla linea ed esprimo il mio fastidio.
Sono una musona, un Puffo Brontolone, e finalmente non me ne frega niente.

Vedere la mia linea twitter spammata da queste parole "felicità", "happy", "happiness", tutte con il loro cancelletto d'ordinanza mi ha dato fastidio oggi. La sola consolazione è sapere che non solo l'unica a cui certe manifestazioni di pseudo-giubilo causano un eczema.
La felicità da tag non mi interessa, la felicità ipocrita neppure: ci voleva una giornata internazionale per farle diventare una sola. Sta a vedere che per una volta l'ONU è riuscita a fare qualcosa...

Wednesday, 19 March 2014

Il bene e il male ad Amberville



E' la copertina che mi attrae a prima vista. Poi il nome inglese dell'autore. Negli scaffali di letteratura scandinava? E come ci è finito? Si sarà sbagliato il bibliotecario?

Qualunque dubbio possa avere avuto sul prenderlo in prestito o meno svanisce davanti alla quarta di copertina: "Amberville" è stato scritto da Tim Davys.
Tim Davys, recita per l'appunto l'esilarante quarta di copertina, è lo pseudonimo del vero nome. Tim Davys non avesse fatto lo scrittore, da grande avrebbe fatto il lettore. Dovrebbero essere scritte tutte così, le quarte di copertina.
Io di mio, non avessi fatto la lettrice, da grande mi sarebbe piaciuto fare la scrittrice, ma credo che mi sarebbe risultato molto più difficile di quanto sarebbe stato per Davys fare il lettore.

E' descritto come thriller, il che è quasi prevedibile: a giudicare dal numero di gialli provenienti dai paesi scandinavi, è inevitabile chiedersi se la ragione per cui non sono molto popolati sia legata all'elevato numero di efferati omicidi (per quanto quasi tutti risolti) piuttosto che a caratteristiche geo-climatiche. E' come una lunga serie di Cabot Cove, sprovviste però di una signora Fletcher d'ordinanza.

Eric, il protagonista di questo romanzo, un giorno vede la sua vita perfetta di pubblicitario di successo con bella moglie artista e casa di lusso messa in pericolo da Nicolas, un boss della malavita organizzata, una vecchia conoscenza rispuntata a ricordargli il suo passato criminale.

Fin qua tutto normale. Solo che Eric di cognome fa Orso e Nicolas Colomba. E sono due animali di pezza.

Tutti i personaggi di Amberville sono animali di peluche: l'idea di un thriller alla Raymond Chandler interpretato da conigli, corvi, cani, pinguini di pezza ha un certo fascino, l'assurdità che provoca immaginare scene cruente con dei dolci animaletti con le manine tozze e "pacioccone", le descrizioni di come l'imbottitura esca a fiotti al posto del sangue mantengono l'interesse e l'attenzione alti. Fino a un certo punto per lo meno.
La storia purtroppo si perde un po', alcuni capitoli e personaggi introdotti dopo la prima parte appaiono slegati rispetto al resto della storia, la parte finale è trascinata forse un po' troppo per le lunghe, ma forse acquisteranno più senso nella trilogia a quattro libri di cui Amberville è il primo capitolo.

Alla fine non sono così sicura che sia un thriller. La base di partenza è quella, ma dopo poche pagine si capisce che è una scusa, o forse un palcoscenico poco appariscente per parlare di altre cose: cosa sono il bene e il male? Qual è il rapporto fra queste due forze? Come reagire di fronte alle scelte difficili che la vita ci propone ogni giorno?
Teddy Orso, il fratello gemello di Eric, sceglie la via del bene assoluto: nessun compromesso, ma una vita moralmente al di sopra del male. Ma non è così facile, perché, come dice Teddy, il male è sociale e vivendo all'interno di una società è impossibile evitarlo. Come confida a Eric, Teddy paga questa scelta: "Ho dei problemi. Con la vita, Eric. E' difficile essere buoni." 
Il male parte da una posizione di vantaggio: "Il bene non cerca niente, dal momento che sa a priori che cosa è buono. Se il male è dinamico, mutevole e stimolante, il bene è, per dirla tutta, noioso.”

Eric, per quanto il protagonista, non è il mio personaggio preferito. Questo premio virtuale se lo spartiscono a pari merito due altri personaggi, Iena Bataille e Tom-Tom Corvo.
Iena Bataille è uno di quei personaggi che compaiono senza una spiegazione apparenta, all'improvviso a metà romanzo. La narrazione e la prospettiva cambiano in maniera così drastica che sulle prime sono rimasta confusa e ho dovuto rileggere alcune pagine per cercare di capire cosa stesse succedendo. Dopo essere riuscito a risalire dalle stalle fino alle stelle, la caduta ben sotto le stalle è stata tremenda per Iena: la sua disperazione per quello che ha perso è stata eliminata dall'odio e dal risentimento, tanto che ho provato una certa sensazione di comprensione e solidarietà nei suoi confronti, il che rende più complicato accettare i suoi comportamenti crudeli. 
E' il personaggio che ha probabilmente la battuta più affascinante del romanzo, il che non è poco: "Ma sai," aveva detto Bataille, [...], "io sono fatto di tempo."

Tom-Tom Corvo invece è il "miglior amico" (in mancanza di una definizione migliore) di Eric Orso. Anche il corvo, come Eric, si è rifatto una vita e all'inizio del racconto lavora come commesso in un grande magazzino. Ma non esita un secondo ad abbandonare tutto per aiutare Eric, anche se mi rimane il dubbio se questa sia stata una scelta più egoista o altruista.
Tom-Tom è capace di ripiegare i tovaglioli in maniera complicata ed elegante con la stessa facilità con cui si lascia andare a scatti di violenza incontrollata e cieca.
Ma soprattutto Tom-Tom lavora a maglia. 
In una scena, mentre è appostato in macchina, Tom-Tom passa il tempo lavorando a un maglione blu mare con dei teschi bianchi sulla schiena: deve contare i punti al diritto e al rovescio e fare attenzione perché alla trentacinquesima maglia in bianco deve cambiare colore ed è proprio mentre sta contando se ha fatto trentadue o trentatré punti che il camioncino che doveva trovare passa lungo la strada.
Quante erano le possibilità di entrare nella biblioteca di zona, scegliere un libro a caso e prendere proprio quello in cui uomo dei personaggi chiave è un corvo di pezza che lavora a maglia?!?

"Amberville" di Tim Davys è edito da Bompiani e lo trovate in libreria. Se siete di Milano da sabato mattina lo ritroverete pure nella biblioteca di zona di Lambrate: prima di sabato, non penso di riuscire a passare a restituirlo.

Saturday, 15 March 2014

bags of wisdom

I'm not that fond of new age "pearl of wisdom".
I try to stay clear from inspirational quotes too as I find they make me over anxious and consequently depressed. As if I needed an extra help to be that by myself!
Yet I can't really escape them as they seem to pop out of everywhere. 
The fact I like herbal tea doesn't help as apparently some herbal tea producer are over fond of this type of quotes.
Problem is, not just the quote itself, but the fact that they seem to pick the most atrocious quote ever. And a good 70% of them seems to have been translated into English using Google translate. They make my grammar-sensitive skin irk in annoyance.

Yet, some days ago, fixing myself another cup of tea at work I couldn't help but stare at the small quote written on the tea bag.



I tried to shrug it off, but the words kept repeating in my head.
That's how I should have behaved this week, how I should behave normally.

Instead I kept being too harsh.
Instead I keep not being able to forgive myself, while at the same time I grant way too many second chances to others.

Part of me knows that if I could accept things as they are right now, I'd have more chances to change and improve them. A softer approach to the problems could help me finding a different solution to them, yet I keep banging my head against the wall.

I thought I was learning to be a bit more accepting and tolerant towards myself, but this Saturday I find myself back at square one. So frustrating, so annoying.
And I also run out of herbal tea.

Monday, 10 March 2014

La cacofonia del primo sole di marzo

Sembrava non dovesse più smettere di piovere. Sembrava che il grigio fosse destinato a regnare incontrastato, peggio che su certe passerelle di moda.
Ma poi ecco che qualcosa è successo; le nuvole si sono diradate un po': quel poco che è bastato a far filtrare un pallido cenno di sole e colore. Al primo accenno di blu, il grigio è svenuto. Puff! Sparito.

Che bello rivedere Torino al sole. Dopo tutto questo smorto grigiore, sembra diversa, tutto sembra acquistare uno spessore diverso sotto questa luce. Le strade, i palazzi, i negozi non sono cambiati, ma sembrano diversi, forse pure nuovi ai miei occhi.

Non sono stata la sola a pensarla così. Buona parte della gente che affolla il centro deve avere avuto il mio stesso identico pensiero, forse pure troppo.
Perché ok che fa bello, ho capito che il sole splende, mi rendo conto pure io che non siamo sotto zero, ma tamarro mio bello, se a marzo vai in giro in canottiera, come pensi di conciarti a luglio?
E tu, pischella alla moda: ma sai che solo a guardarti la pancia esposta ai quattro venti mi vengono dei sommovimenti intestinali che altro che imodium! Cosa vuoi farci, sono gastro-empatica.

Tutti fuori, tutti in giro e tutti in fila per il gelato.
Ragazzi con i rollerblades, podisti del weekend e ciclisti della domenica.
Musica di strada come colonna sonora di questo benvenuto anticipato alla musica di strada. Tanta musica di strada, forse pure troppa.

All'uscita dalla mostra dedicata a Dalsani al Museo del Risorgimento, sento l'organetto di Piazza Carignano. O almeno mi sembra di sentirlo, forse è un illusione acustica: sento le note, ma arrivano a fatica, perché si mischiano e lottano per spiccare e prevalere su quelle prodotte da un trombettista, pochi metri più in là.

Drizzando le orecchie, non sono da soli: capto pure un violino zigano ma non troppo, un quartetto di ottoni, dei chitarristi mariachi, un novello Jimi Hendrix. I suoni si sovrappongono, si mescolano agli altri suoni della domenica pomeriggio, con le voci, le rosate, lo stridio dei freni.

Non si capisce molto, anzi è un gran bel pandemonio. Ma questo caos non mi da molto fastidio: lavora per me, visto che riesce a rendermi ancora più isolata da tutta la confusione che mi ronza attorno.
Non riesco a sentire nulla perché c'è troppo da sentire e così riesco a godermi da osservatrice sorda l'armonia di una domenica qualunque.

Sunday, 9 March 2014

Lotto di marzo

Devo averla guardata davvero male, la commessa.
Lo capisco da come strabuzza gli occhi.

Subito mi parte un accenno di senso di colpa. Ci deve essere un modo migliore per riaffermare le proprie opinioni senza risultare così aggressiva, o no? Il problema è che una simile reazione, pacata e bilanciata, richiede un impegno e un esercizio della pazienza che io non sono in grado di sostenere.

In giornate simili, la mia pazienza poi è ancora più limitata: la festa della donna, con tutta la sua retorica e i suoi luoghi comuni mescolati con il sessismo di tutti i giorni sono una combinazione pericolosa per i miei nervi.

Comunque, sta di fatto che me la sono presa con una povera innocente.
La commessa che mi ha offerto il rametto di mimosa, mezzo saccagnato e prossimo alla putrescenza, di colpe non ne ha, poverina.

Ma è il secondo rametto della giornata e c'è un limite a tutto. Come se mi staccassi dal mio corpo, riesco a vedermi, al bancone che la osservo: mascella contratta, un sopracciglio inarcato verso l'infinito e oltre, uno sguardo a metà fra l'astioso e il "ma sei scema?!?!".

"Ecco, sì", biascica la poveretta, "no, niente, cioè, sai, l'otto di marzo..."

Io continuo a guardarla, conto fino a dieci, cerco di far rientrare il sopracciglio dalla stratosfera, ma a stare zitta non ci riesco: "Solo di marzo? Fortunella. Io lotto tutto l'anno, non solo a marzo; forse per questo sono sempre così stanca..."

Friday, 7 March 2014

A-men

The Pope is extremely popular nowadays, and not only in Italy.
I do understand that after the previous Pope, the current one looks a lot as a breath of fresh air.
He's bringing many changes, but I can't help suspecting he also works as the perfect smoke and mirrors for those that wish to hide what's wrong within the current catholic power forces.

To me he looks like a nice man, kind enough and sincere, but in my mind I keep him and his Church separated. What puzzles me more and more, it's the increasing amount of merchandising sprouting out from any possible corner.
It's not that different from the use and abuse of Peppa Pig, Pucca and... come to think about it, his name starts with the letter "P" as well, Pope Francis

Some months ago I had spotted a children magazine and calendar around town.
Then some days ago, I started seeing the advertisement for a new fanzine dedicated to the Pope: it also made the news outside Italy.
Yeah, I think that's what the world needs now: "Il mio Papa", my Pope, a glossy magazine all about the Pope.

If you think that's enough, if you think it can't get any more commercial exploitation of him, think again: you're wrong.

I spotted this in a jewelry this morning:



These are the Amen bracelets: they're made by a company that already produces bracelets with prayers on it.
I'm not sure if it's the look on his eyes, the curve of the lips, the way the hands seems to gesture at you ("you're really buying it?"), but the notions that you can have the eyes of the Pope glazing at you in any moment, no matter where you go, thanks to this pious company sounds quite blasphemous, even to an atheist like me.

Wednesday, 5 March 2014

Just silly (markers)

Yesterday evening I took some time to go through the "do-not-open-it" box. It's a side/storage table I got in Ikea (where else?) some time ago. I call it "do-not-open-it" because that's the wisest thing I should do with it.
What happens is that every time I try to put some order into my flat, clearly a projection of the order I wish I could bring into my life, I get to a point where I can't deal with the chaos around me. So I do the only thing I can do in such a moment: I hide stuff.
As I got no carpet I can swept them under, and no closet big enough for the skeletons, the only place left is the "do-not-open-it" box. I quickly put things inside, promising myself I shall reorder it the following weekend.
The following weekend is always one week ahead of me and right now, I think I look inside the box once every 3-4 months, just like I did yesterday.

I didn't finish reordering everything, but I'm halfway through.
I got sidetracked, as usual.
While sorting letters, balls of yarn, bottle of ink, cd-rom, etc. I stumbled on a small box with beads and charms. Inside there were some charms I bought back in Melbourne: the plan was to make some stitch markers to give to my friends as presents for Christmas.

[Girls, you know whom I'm talking about: if you wish to keep the surprise unspoiled till this weekend, stop reading this post. Now! ]

Needless to say, Christmas passed without any stitch marker given to my friends.
Yesterday evening I thought: "Well, I'm going back in 2 days, meeting with the girls on Saturday, I might as well make them now and give them a really belated Xmas present".

[Girls, seriously. Stop! Oh well, go ahead, you've been warned.]

I started working on the stitch markers; it's not exactly my favorite hobby, because I feel extremely clumsy with such small things like charms, beads, rings, etc. but I tried my best and I must say I was quite happy about the end result:

koala and cats

That's not just a photo of some markers, it's also a proof of how easily I got distracted and didn't finish sorting the mess. As I started making stitch markers anyway, I could also do the other markers I had planned some time ago. That's what I thought, and I congratulated myself: what a brilliant idea!

You see a lot of markers nowadays on internet, either tutorial to make them or set sold on etsy and similar websites. I went about to make some markers that are a bit of a classic:

Knit&purl

While making them, I realized that the small parcel with the letter beads must have broken somehow, somewhere. I checked inside "do-not-open-it" and, yeah, I could spot some of the beads on the bottom of the box. I couldn't be bothered however to collect them all as it was getting late, so I decided to try and make the most with only the letters I had. Obviously my friends were not going to get the same markers as there were not enough "i" and no "k" left.

Good thing I like puzzle and anagrams! While deciding what to write, and thought it'd be nice to make at least one stitch marker for myself.
Once done I looked at it and thought: "Damn, maybe I'm too much of a geek, I should do something about it".

RTFM

It was also the beginning of the end, because all pretenses of "seriousness" just flew out of the window; I could have put a "P2TOG" or "INC" or "DEC" together, but no, it didn't happen. All the good intention of making knitting related stitch markers were abandoned in favor of this set:

stitch markers

Now I only got to decide who gets what, and remember not to leave the markers home.
Next week I'll finish sorting the box and get the remaining letters from its bottom. Or maybe I'll do it the week after the next one, who knows?

Sunday, 2 March 2014

Chiedimi se sei felice

"I ragazzi che si bucano diventano tutti abituati alla felicità e questa è una cosa che non perdona, dato che la felicità è nota per la sua scarsità. [...]
Ma io non ci tengo tanto a essere felice, preferisco ancora la vita. La felicità è una bella schifezza e una carogna e bisognerebbe insegnarle a vivere."
(La vita davanti a sé - Romain Gary)

Ah, se Ba non ha azzeccato in pieno il regalo perfetto, poco ci manca! Torno a rimuginare sulle parole di Momo quasi ogni giorno.
All'inizio non me ne sono accorta; ho semplicemente iniziato a leggere il libro, ho continuato fino a finirlo e l'ho messo via. Qualche giorno dopo però, ho ripreso il volumetto dalla libreria e, non so bene il perché, ma l'ho rimesso in borsa. Ogni tanto lo tiro fuori, leggo due righe e lo richiudo.

Ieri mi sono tornate in mente alcune frasi del libro e probabilmente qualcuno all'Unes mi ha scambiata per un'invasata o quanto meno una persona "eccentrica", diciamo: una che davanti ai broccoli surgelati, inizia a frugare nella borsa per tirare fuori un libro e mettersi a leggerlo non  brilla certo come esempio di equilibrio e ragionevolezza.

Tant'è, Gary mi è tornato alla mente perché, anche se sembravo assorta nella scelta del surgelato giusto (tris di verdure, broccoli o spinaci a cubetti? Questo è il dilemma), la mia mente era persa in altre, ben più elevate, seghe mentali.

Io su questa storia della felicità forse ci perdo troppo tempo; molto probabilmente dovrei prenderla meno seriamente, come una cosa non troppo importante: a quanto pare è un argomento che non interessa molti, ma che infastidisce parecchi. O meglio: dovrei parlarne di meno, perché se dico che non sono felice passo per la solita musona e la gente mi dice di rimettermi in sesto, che c'è tanta gente messa peggio di me. Se invece dico che sono felice, mi sento ancora peggio perché dentro di me mi sento l'opposto e pure codarda, visto che non ho il coraggio di dire la felicità.
La gente che mi frequenta forse l'ha capito, perché domande sulla felicità da un paio di anni a questa parte non me le fa più: più sicuro virare verso i diplomatici lidi del "com'è che va?".

Quindi, in mancanza di interlocutori, finisce che ne parlo solo a me stessa: sono un'ottima ascoltatrice, mi interrompo pochissimo e a volte mi do pure ragione.
Così pensa che ti ripensa, guarda in giro e dentro me, eccomi di nuovo a pensare a questa parola. I casi sono due: o è l'ennesimo esempio di inflazione della parola o chi non perde occasione di affermare la propria felicità mente di sapendo di mentire.
Anzi, c'è pure una terza opzione da prendere in esame: rosico d'invidia.

Da dove partiamo? Dalla mia possibile invidia: ho forse questa reazione di forte ostilità, perché so di non essere felice e perché so che non lo sarò mai davvero?
Ci sono ancora molte cose che non conosco di me stessa ma credo di aver capito che quel genere di felicità completa, con quell'aria di pace domestica da cucina grande come Piazza Armi delle pubblicità, con quel (cercare di essere) happy ending holliwoodiano, ecco io non sarò mai in grado di sentirla. Ho un carattere troppo spigoloso per non trovare ridicoli i suoi lati più melensi; ho una malinconia di fondo troppo radicata per non provare angoscia al suo cospetto. Sono troppo ancorata alla praticità, alle beghe di tutti i giorni, alle notizie piccole e grandi per potermele lasciare alle spalle e concentrarmi su me stessa e basta. Sono troppo pigra per non pensare alla felicità come a un lavoro a cottimo: è stancante e non sempre la paga corrisponde alla fatica e all'impegno che si è messo.
Quindi forse in parte sono vittima di un "vorrei ma non posso". Vorrei poter essere "così felice", ma non so come, né perché. Forse ho pure paura di esserlo, perché sarebbe uno stravolgimento totale di ciò che sono: una volta che tutto è perfetto, cosa ti rimane da fare nella vita?

Ma poi, se ti chiedo se sei felice e tu mi dici di sì, ti devo credere? Una delle altre opzioni presuppone il fatto che la gente non sia così felice come vuol far sembrare, m
però non voglia ammetterlo. Se non voglia ammetterlo a sé stesso o agli altri è un'altra questione, ma intanto questa ammissione non c'è.
Se uno si ripete di continuo una cosa, finisce per crederci. Per anni mi sono ripetuta di stare bene, di non avere problemi con il cibo e con i miei stati emotivi, e indovinate un po'? Ho finito per credere a queste mie bugie. Poi le bugie mi sono scoppiate in faccia ed è stato ben peggio, magari altre persone però sono e saranno più "fortunate" o brave di me e non dovranno mai confrontarsi con una situazione simile e potranno continuare a credere a ciò che vogliono.

Rimane la terza opzione: la gente non mente quando parla del suo essere felice, il problema è piuttosto che quella felicità non è più così piena. A forza di ripeterle, le parole diventano inflazionate:sembrano le stesse, ma in reale valgono di meno. Sono slavate, non hanno lo stesso peso, valore e consistenza che avevano all'inizio. Sembrano sempre le stesse, ma a guardarle di taglio si nota che hanno perso spessore.
Quindi la loro felicità è qualcosa di più blando, solo che sembra "di più", come le cosce di pollo gonfiate con le iniezioni d'acqua (queste sono pur sempre considerazioni nate al supermercato).

Alla fine non ho cavato un ragno dal buco; io della felicità ancora non ho capito molto, a parte il fatto che ho capito che non smetterò di pensarci.
Ma alla felicità preferisco la vita, proprio come Momo: con le sue beghe, le sue cose belle e le sue schifezze, con un libro in borsetta e un pacchetto di broccoli surgelati nella sporta.